Centro di Aiuto alla Vita Benevento - ONLUS
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Le devastanti sindromi post aborto: un fenomeno volutamente ignorato per non mettere in discussione la 194 che pretende di salvaguardare la salute psicofisica della donna

Aaron - toccante video sulla sindrome post-aborto

Le donne meritano scelte migliori: l'aborto non è una scelta.

Ci vuole coraggio da vendere. anzi no, mi correggo, ci vuole vigliaccherìa. Squilla il telefono. Dall'altro capo una donna balbetta chiedendo se ha fatto il numero giusto. confermo, si è il numero giusto "volevo sapere cosa devo fare per chiedere aiuto.." Devi dirmi cosa succede.. dico io con voce tranquilla, presentandomi per nome. Sento dall'altro capo la voce si spezza mentre prova a pronunciare il suo nome e inizia un pianto disperato a singhiozzi come piangono i bambini.... Non riesce a prendere fiato tra un sussulto e l'altro è crollata completamente..mi parla come riesce di un aborto fatto mesi fa, della sua vita che va a rotoli, del compagno che non esiste più, del fatto che questo figlio sarebbe stato l'unica cosa realmente sua e ora invece non c'è più.
Piange per venti minuti di telefonata. e io dico ma dove sta l'autodeterminazione? la libertà ricevuta? dove sta questo privilegio di cui si è usufruito? epperpiacere non venitemi a dire che questa povera figlia non aveva ben chiare le idee quando ha scelto! come se ciascuno di noi non avesse diritto di pentirsi di una scelta fatta pensando di avere le idee chiare, solo perchè appunto ha scelto. Vigliacchi. Vigliacchi uomini che scappano , vigliacchi assistenti sociali che non hanno di meglio da offrire (recentemente mi è capitata questa "ma scusi signora già non ce la fa con uno come pensa di fare con due? l'unica soluzione è interrompere la gravidanza!), vigliacchi quelli che si nascondono dietro ideologie di ogni tipo. Le donne meritano scelte migliori: l'aborto non è una scelta.

(Serena Taccari www.il-dono.org)

Mamme che piangono: cioè donne che hanno vissuto e vivono la tragedia dell’aborto. Lasciate sole; “costrette” dalle circostanze; ingannate dalla cultura dominante; circondate dal disinteresse generale… Donne che rimpiangono i loro figli abortiti, che ne implorano il perdono, che vorrebbero tornare indietro, che soffrono per anni di problemi fisici e psicologici. Ha scritto Serena Taccari: “C'è un dolore che nessuno vuole ascoltare o vedere, una realtà che socialmente bisogna tenere sepolta perché guardarla non è politicamente corretto; e questo è lo sberleffo, il danno dopo la beffa che si infligge alle donne".

 

LE CONSEGUENZE PSICOLOGICHE DELL’ABORTO
E' indubbio che interrompendo in modo traumatico, poiché non esiste un IVG “dolce”, si
vengono a creare dei problemi, problemi che destabilizzano la persona a livello profondo.
Attualmente tre quadri nosologici sono riconosciuti, a livello internazionale:
1. un disturbo di natura prevalentemente psichiatrica: la psicosi post-aborto con
forme depressive di varia entità, insorge immediatamente dopo l’aborto e perdura
oltre i sei mesi;
2. un disturbo caratterizzato da un marcato stress post-aborto, che insorge tra i tre e
i sei mesi e rappresenta il disturbo “più lieve” finora osservato;
3. un insieme di disturbi che possono insorgere o subito dopo l’aborto o dopo alcuni
anni: la “sindrome da trauma conseguente ad aborto (S.P.A.)” già descritta nel
DSM III dell’American Psychiatic Association. Quest’ultima fu formalmente
isolata da Vincent Rue nel 1981, egli la considera una variante specifica della
Sindrome da stress post-traumatico.
Quali i sintomi, allora, di questa sintomatologia?
Schematicamente rifacendosi agli studi dell’Harvard Medical School, coordinati da
W.Worder, iniziati nel 1987, si ha il seguente quadro clinico:
 disturbi emozionali (ansia, amnesia, perdita d’interesse, distacco dagli altri ed
incapacità a provare emozioni, ecc…)
 disturbi della comunicazione
 disturbi dell’alimentazione
 disturbi del pensiero (pensieri ossessivi, ecc…)
 disturbi della relazione affettiva caratterizzata da un cospicuo isolamento
 disturbi della sfera sessuale
 disturbi del sonno (insonnia, irritabilità, incubi, ecc…)
 disturbi fobico-ansiosi
 flash backs dell’aborto (ri-esperienza del trauma, ricordi della passata
esperienza, ecc…).
La sintomatologia compare dai sei mesi ai due anni successivi all’I.V.G.
Possono anche non comparire sintomi specifici, ma si sviluppano rischi relativi ad eventi
stressanti quali:
o nuova gravidanza
o aborto spontaneo
o perdite affettive.
Difficilmente ad una prima consultazione si riesce a mettere in relazione i sintomi,
presentati solitamente in modo disparato, con l’evento abortivo; in quanto non sempre è
presente la coscienza che il malessere nasca dall’aborto, aborto che in un primo
momento può essere stato percepito come un atto “liberatorio”.
Noi tutti pensiamo all’aborto come a un fatto privato, una decisione che la donna assume
in prima persona su di sé, e si delega l’uomo in una posizione marginale nel processo decisionale,comunque non determinante (Dogliotti, 1995).
L’interruzione volontaria di gravidanza è fortemente connotata dalla solitudine della donna
come causa e come effetto, dall’assenza del partner, fisica ma soprattutto psicologica. La donna si trova ad affrontare “da sola” un evento che non ha ripercussioni solo sul proprio stato fisico ma, soprattutto, come abbiamo visto, su tutta la sua vita psichica, infatti l’I.V.G. rimette in gioco dinamiche collegate all’intero sviluppo psicologico (sulla propria femminilità, sulla propria sessualità, sul rapporto futuro con il partner, sull’eventualità o meno di avare altri figli, ecc...) e pone comunque la donna di fronte ai problemi della perdita e del lutto.
L’aborto provoca la brusca interruzione del lungo processo fantasmatico che accompagna la donna nella sua crescita femminile e che costituisce il preludio alla sua esperienza di maternità, ecco perché il lutto che viene elaborato dopo l’I.V.G. lo distingue da qualsiasi tipo di lutto, infatti si rende necessaria l’elaborazione sia della perdita dell’oggetto sia della perdita simultanea e concreta di un parte del Sé. Il vissuto elaborato può diventare quello di una violenza subita e le sensazioni dopo l’evento sono, soprattutto, moti d’aggressività verso sé stessa, sensi di colpa, perché non ha saputo elaborare in modo diverso la sua vita, verso il partner, che è in parte causa di ciò che le è accaduto e che l’ha lasciata sola, verso la società, perché non ha saputo aiutarla prima, durante e dopo.
Un motivo per cui la donna può giungere a uno o più aborti per cause psicologiche è la
separazione progressiva tra maternità e sessualità. Se una donna si sente strumentalizzata dalla sessualità maschile, usata come un oggetto e poi abbandonata, le verrà più facile compiere gli stessi atti nei confronti della creatura che porta in grembo. Per questo ogni crudeltà, disattenzione, strumentalizzazione della donna incrementa la sua aggressività e precostituisce una possibile situazione abortiva. La maternità abbisogna del supporto di una aspettativa condivisa: l’aborto è l’esito di una solitudine.
Si parla spesso di “maternità non voluta” ma dovremmo capire che sono, prima di tutto,
“maternità non pensate” infatti nel momento in cui si rimane incinta si richiede alla donna una preliminare partecipazione attiva, cioè un atteggiamento disponibile alla fecondazione. Il problema però sta nel fatto che, in alcuni casi, quando per esempio, il bambino assume un carattere “salvifico” per la coppia (ad esempio: famiglie di coppie di tossicodipendenti) oppure quando ci sono dei conflitti di base con la madre, essere incinta assume un carattere di “falsa emancipazione”, tale atteggiamento non è stato inserito nella sfera dell’intenzionalità e della coscienza, per cui il bambino non è considerato un figlio al quale dover poi dedicare attenzioni e cure se nascesse, e quindi non riconoscendo il figlio a livello psicologico viene facilmente abortito, la madre non se ne sente responsabile e può vivere l’aborto come una “liberazione”.
Come abbiamo avuto modo di notare le problematiche psicologiche che possono essere
conseguenti ad una interruzione volontaria di gravidanza sono molteplici. E’ chiaro che
l’importanza dello stress dipende dal significato che la donna dà all’evento, da come considera il bambino (in una ricerca è stato notato che il 75% di donne considerava il bambino un ostacolo alla realizzazione di sé, delle proprie aspirazioni, soprattutto lavorative, il 69,9% un grande dono e il 68,1% lo considera come un modo per dare senso alla vita e al matrimonio) e dalla risonanza che questo ha nell’ambiente circostante, infatti la rappresentazione sociale che le donne che hanno abortito vivono nei confronti della gente comune circa i sentimenti da loro espressi verso chi abortisce, evidenzia giudizi di riprovazione o disinteresse anche se, probabilmente, questi sentimenti sono la proiezione che la donna fa sugli altri di quegli stessi sentimenti negativi e di riprovazione dell’evento che ella vive.
Tutto quello che è stato detto finora, conferma, nettamente, che la donna soffre
psicologicamente. Anche se l’esistenza e la morte del suo bambino non sono riconosciute da nessuno attorno a lei, il legame che la lega a lui è totalizzante e traumatica. E’ evidente che questo è quanto meno un rischio concreto che l’I.V.G. comporta.
Dott.ssa Berardi Simona

 

 

Bibliografia:
Pazzagli, Benvenuti, Monti, “Maternità come crisi” Il Pensiero Scientifico 1989
Franco Angeli, 1987
Benedek, “Funzioni sessuali nella donna e loro attivazioni” in Arieti, Manuale di Psichiatria
Bordi e altri, “Aborto come vissuto nella realtà psichica e nel mondo esterno”, in Rivista di
Psicoanalisi apr. – giug. 1976 n 2
Gius, “Maternità negata”, Piccin 1978
Carini, Finzi, “Aborto volontario ripetuto e desiderio di gravidanza”.
Andreoli, “Il ventre maligno; note sulla clinica psicosomatica del post-aborto”, in Sessuologia ott –
dic 1978 n 4
Kaiev A. “Living through personal crisis”, Ballantine Books 1987 N.Y.

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